giovedì 30 maggio 2013

Il Grande Gatsby: let the party begin (con lo champagne)!





Baz è tornato. Tra luccichini e fuochi d'artificio, fondali digitali e simbolismi, feste definitive animate da fiumi di champagne e musiche potenti, pose teatrali e macchine truccate, costumi sfarzosi e gioielli ancora di più, il regista australiano Luhrman dà la sua interpretazione de Il Grande Gatsby, rendendo moderno e fumettoso uno dei classici della letteratura americana del 1900. Luhrman dipinge un enorme tela fatta di immagini meravigliose e, pur non scostandosi dalla trama del romanzo, lo reinventa in chiave attuale e certamente più commerciale. Operazione riuscita? Sì e no. Visivamente il film è un gioiello, ma forse è un troppo compiaciuto nella perfetta bellezza della sua messa in scena e fallisce un tantino nel farci emozionare e provare empatia per i protagonisti. In ogni caso una visione piacevole e, se avete amato Romeo + Juliet e Moulin Rouge, non potrete che apprezzare ancora una volta la geniale vena creativa di Lurhmann, tornato nel suo dopo la parentesi polpettonesca di Australia.



Siamo nei ruggenti anni 20 e Jay Gatsby è un nome conosciuto in tutta New York: dire Gatsby vuol dire feste, stupende e interminabili feste che ogni weekend animano una maestosa villa a Long Island. Tutta la New York che conta e quella che semplicemente vuole folleggiare si presenta da Gatsby il sabato sera: senza invito, non ce n'è bisogno. L'unico invito personale mai spedito da Gatsby lo riceve Nick Carraway, nuovo vicino di casa del misterioso personaggio, trasferitosi a New York per cercare fortuna nel mondo della finanza. Sarà Nick a narrare la vicenda -come avviene nel libro- e a farci scoprire gradualmente, nei limiti di quanto gli è concesso, la figura di Jay Gatsby.

A little party never killed anyone...

Gatsby, che ha gli occhi e il sorriso di un sempre affascinante Leonardo Di Caprio, è un mistero: su di lui circola ogni tipo di leggenda e sono in molti a domandarsi la vera origine della sua ricchezza. Il motivo per cui Gatsby dà le feste, senza peraltro poi prendervi parte, è uno solo: reincontrare il suo amore di gioventù, Daisy, che abita proprio in una villa sull'altra sponda del fiume, ed è la cugina di Nick.



Daisy, interpretata da Carey Mulligan, è una ragazza aristocratica, ora sposata con un ex campione di polo a sua volta tanto ricco quanto ottuso. Non ha dimenticato Gatsby, ma quando si ritrovano, dopo un breve idillio, la nostalgia, la codardìa e la paura dell'ignoto prendono il sopravvento e le impediscono di accontentare un Gatsby che "pretende troppo" e ha il folle sogno, impossibile, come gli dice anche Nick, di ripetere il passato.





Due parole sul cast: non amo molto Tobey Maguire, ma nel ruolo di Nick, silenziosa spalla di Gatsby e narratore della storia, se la cava alla grande. Idem per Carey Mulligan, che io trovo abbastanza insopportabile con quel fare da madonnina infilzata, ma devo riconoscere che qui il ruolo della snobbettina viziatina indecisa le viene piuttosto bene. Sarà un caso? Certo, al suo posto avrei visto meglio un'attrice più bella in senso classico, naturalmente algida e raffinata (Oh Nicole, se avessi avuto 10 anni di meno Baz avrebbe scelto ancora te! ...). Leo invece, che dire, molto bravo, come sempre... chissà se l'Academy prima o poi si accorgerà di lui?





Belle alcune intuizioni visive, come i grandi occhi che tutto scrutano del cartellone nel cantiere al confine tra Long Island e New York, simili a quelli raffigurati sulla prima edizione del romanzo di Fitzgerald, o la luce verde che illumina il porticciolo della casa di Daisy, intenso e continuo richiamo per Gatsby. Notevole anche la colonna sonora, in pieno stile luhrmaniano, con brani di Lana Del Rey e Florence Welch ( i miei preferiti), brani jazz, fox trot e charleston rivisitati, ma anche hip hop e rap come il brano di Jay Z e Kayne West.




Culinariamente cos'è questo Gatsby? Un banchetto imbandito di ogni ben di Dio, una tavola colma di assaggi colorati e diversi, per tutti i gusti, innaffiato da fiumi di champagne che scorrono su coppe di cristallo. Champagne, di ogni marca, preferibilmente la più costosa. Nel film bevono Moet & Chandon, certamente un product placement. Sapete quali sono gli champagne più venduti al mondo? Eccoli... avete un preferito?

Moet & Chandon

Nicola Feuillatte

Perrier Jouet

Taittinger
Veuve Cliquot
G.H. Mumm
Cristal Louis Roederer
Pommery

Gatsby ha scelto:



Trailer!


domenica 26 maggio 2013

Cannes: vince la Francia. Anche sul red carpet, tra rosso, bianco e blu

Lea Seydoux, Abdellatif Kechiche e Adele Exarchopoulos ricevono la Palm d'Or per La Vie d'Adele

Oggi è stata consegnata la Palma d'Oro al Festival di Cannes ed è d'obbligo commentare i risultati. Sono un po' sparita ultimamente: non ho smesso di guardare film ma sto cucinando poco (tentativi di dieta, poi  miseramente naufragati) e quindi non avevo molto materiale da condividere con voi. Ma ora vale la pena riassumere i premi assegnati dalla giuria:

Palma d'oro: Abdellatif Kechiche (La vie d'Adèle)
Grand Prix Speciale della Giuria: Inside Llewyn Davis, fratelli Coen
Premio alla regia: Amat Escalante (Heli)
Premio della giuria: Horikazu Kore-Eda (Like Father Like Son)
Migliore sceneggiatura: Jia Zhangke (A touch of sin)

Migliore attrice: Berenice Bèjo (Le passè) 
Migliore attore: Bruce Dern (Nebraska) - ritira il premio il regista Alexander Payne


Difficile esprimere un giudizio sui film, avendo visto solo La Grande Bellezza di Sorrentino, che rimane a bocca asciutta, così come lo straordinario Tony Servillo nel ruolo di Jep Gambardella, perso in una Roma da Dolce Vita, decaduta a suon di festini e solitudini.
Pare che il film di Kechiche, che racconta la parabola di una storia d'amore tra due ragazze, dalla nascita al suo naufragio, abbia messo d'accordo un po' tutti. Non ci resta che aspettare di vederlo sul grande schermo.
Nell'attesa vi proporrò una carrellata dai red carpet di Cannes, ma senza abbinamenti cibosi. I vestiti sono tanti, troppo, e tutti da commentare! Cliccate sulle foto per ingrandirle.

Eleganza in bianco


La mia non-passione per Carey Mulligan è cosa nota, ma non si possono fare grandi critiche al suo Dior rosa pallido in seta, sfoggiato per la prima del Grande Gatsby. Certo poteva osare qualcosa in più con i capelli (Carey, perché ti ostini con il biondo platino che ti slava?) e accessori. Cindy Crawford splende in un Roberto Cavalli dal collare prezioso e ci mostra che una top model rimane una top anche quando si avvia verso i cinquanta... E che dire di Jessica Chastain? Elegantissima con maniche lunghe e strascico, in un modello di Versace impreziosito da collana di Bulgari, collezione Elizabeth Taylor con mega zaffiro e diamanti.

Red carpet, red dress



Il vestito da sera rosso è un grande classico ad effetto, ma si può declinare in versioni totalmente diverse. Georgia May Jagger, supertop figlia di Mick, va sul sicuro con un abito a sirena e strascico firmato Cavalli. Isla Fisher punta sulle balze con un Oscar de la Renta più giocoso. Impeccabile come sempre anche Dita Von Teese, che sceglie gli intarsi di Elie Saab, una garanzia.

Rapsody in Blue


Lea Seydoux, attrice protagonista de La vie d'Adèle che si porta a casa la Palma d'Oro, sceglie un abito di Luis Vuitton che riproduce la volta celeste, dal cielo chiaro del pomeriggio al blu notte tempestato di stelle della parte finale della gonna. Sembra ispirato al cielo notturno anche l'abito Prada di Milla Jovovich, che osa un top con spalline sottilissime e fianchi nudi. Non per tutte, diciamo. Infine, ruggisce ancora la bellezza di Sharon Stone, infilata in un Roberto Cavalli con scollatura a dir poco profonda.

Two colors is mei che uan


Il gioco di contrasti tra bianco (o lilla) e nero è stato un altro trend di questo red carpet. Jennifer Lawrence sfoggia un modello di Dior direi impeccabile, Julianne Moore invece poteva fare di meglio rispetto a questo Dior che non mi fa impazzire, con gonna di organza e sandali argentati con tanto di mignoli che scappano dalla scarpa (argh)! Emma Watson, protagonista di The bling ring della Coppola, indossa un Chanel Couture semplice e delicato.

Fascino italiano


A rappresentare l'Italia Valeria Golino, Sabrina Ferilli e Isabella Ferrari: tutte e tre in abiti scuri molto eleganti e discreti, sui quali non ho trovato riferimenti: vi convincono?

Preziosi ricami e merletti


Lana Del Rey, autrice della canzone Young & Beautiful per il film Il Grande Gatsby arriva in un vestito bianco e nero tutto merletti, della stilista austriaca Lena Hosche: un look romantico completato da splendidi orecchini Chopard. E tutto ricamato è anche l'abito meraviglioso di Dior indossato dalla giurata Nicole Kidman per uno dei look più belli di questo red carpet: elegante ma originale, colorato e primaverile, con tanto di scarpa fluo e capelli cotonati e raccolti alla perfezione.   Infine Berenice Bejo ritira il premio come miglior attrice in un abito blu di merletti.

Cristalli e perline, so chic


L'attrice cinese Fan Bingbing appare elegantissima in un Elie Saab tempestato di perline, color giallo pastello, tanto delicato quanto d'impattoo è invece il suo rossetto arancione. Freida Pinto sceglie un prezioso abito di Sanchita, intarsiato con ricami di libellule e farfalle e completa il look con sandali Jimmy Choo. Eva Longoria, affezionata agli strascichi, gioca con i ricami dorati di Zuhair Murad.

Tutte in riga!


La bellissima attrice cinese Zhang Ziyi indossa un abito senza spalline firmato Dior: grandi geometrie, sia nel taglio che nelle stampe, per essere eleganti ma non seriose. Marion Cotillard invece sfoggia un abito con righe nere gialle e blu, dalla collezione Cruise di Dior, che ricorda una tela di Mondrian, abbinato a cotonatura anni 60: lei è sempre bellissima, ma forse ci sono stati look più azzeccati.

Watch me as I bloom


L'attrice indiana Sonam Kapoor osa un bouquet di rose formato gigante, su gonna a ruota da vera principessa, firmato Dolce e Gabbana: ci piace perché ha riso tutto il tempo del red carpet, mostrando di divertirsi giocando con il suo vestitone consapevolmente esagerato. Splendido, infine, il ricamo prezioso di foglie e fiori sull'abito di Zhang Ziyi, in Giambattista Valli abbinato a decolletes gialle di Louboutin. Wow.
Attendo i vostri commenti... buona serata!

foto: Getty Images

martedì 7 maggio 2013

The Americans: le spie russe che mangiano brownies e polpettone vi conquisteranno


Nel pieno della Guerra Fredda, il KGB si serviva di agenti speciali russi infiltrati sul territorio americano per operazioni di spionaggio, recupero informazioni, studio del nemico, sabotaggi ed eliminazione di personaggi scomodi a Mosca. Queste spie erano addestrate al punto da riuscire a integrarsi totalmente nella società USA, facendosi passare per sorridenti incarnazioni del sogno americano.
The Americans è la nuova serie di FX che racconta la storia di Elizabeth e Philip Jennings, due di queste spie russe. Siamo nel 1981: i due fingono agenti di viaggio, hanno due figli (veri) da un matrimonio (fasullo) combinato dal KGB, che da Mosca li ha spediti a vivere insieme come statunitensi doc in un sobborgo di Washington DC.



Stan Beeman invece è un agente dell'FBI appena assegnato alla sezione controspionaggio: vicino di casa dei Jennings, diventerà loro amico nella vita e loro inconsapevole nemesi sul lavoro.
L'FBI da un lato, gli agenti KGB della Rezidentura moscovita a DC dall'altro e quelli in diretto contatto con Mosca, lavoreranno l'uno contro gli altri in un intreccio di tradimenti, doppi giochi, inseguimenti, intuizioni, scoperte, rischi e pericoli.


The Americans racconta una pagina di storia americana (e mondiale) recente e la rende intrigante, spettacolare e appassionante grazie alla storia personale di personaggi sfaccettati che si muovono sul filo di una moralità discutibile. Le spie russe sono i cattivi? Certo fanno ciò che devono, senza farsi troppi scrupoli, perché mossi dalla convinzione di agire per un bene più alto, quello della Madre Russia (una convinzione che potrà forse traballare per qualche secondo, ma non cede mai). Ma sono anche persone che vivono il dramma di una relazione in cui i confini tra realtà e finzione, amore e dovere, si fanno labili e sfumati: la loro umanità ci porta, inesorabilmente, ad affezionarci a loro e a sperare che la facciano franca e non vengano catturati.



In questo gioco di ricatti, violenze e sangue gli Americani (i buoni?), giocano le loro carte senza tirarsi indietro e accettando via via compromessi morali sempre più pesanti, dimostrandosi a loro volta disposti a tutto per combattere il nemico silenzioso che viene dal freddo (e spacca svariati culi) e difendere la Madrepatria (ma soprattutto l'amico, il collega, la famiglia).



Elizabeth e Philip sono interpretati da Keri Russell e Matthew Rhys, noti ai più per i loro ruoli nelle serie Felicity e Brothers& Sisters. Per capire il loro controverso rapporto bisogna considerare che i  Jennings sono stati spediti in America come marito e moglie senza essere mai stati insieme, anzi, senza nemmeno essersi conosciuti prima. Elizabeth è la dura e pura del duo, disposta a vivere la relazione nell'ambito della copertura, ma, almeno in principio, restia a considerare reale l'unione con Philip. Philip è il più integrato nella società americana : ha adottato completamente lo stile di vita dei "nemici" e questo gli attira, a volte, critiche da parte della moglie. Se ne accorgono anche i figli, Paige e Henry: la mamma è rigorosa, intransigente, poco espansiva; Philip è a tutti gli effetti un American dad, affettuoso e divertente, ma non per questo meno spietato e determinato quando si tratta di portare a termine una missione.



Il vero divertimento della serie, quindi, oltre all'intreccio di spionaggio che ci tiene in tensione puntata dopo puntata (con forse solo una parentesi di rallentamento attorno a metà serie) è l'evoluzione della dinamica tra loro, in un tira e molla di fiducia e sfiducia, attrazione e insofferenza. Philip ed Elizabeth resteranno insieme? I figli sospetteranno qualcosa? Ve lo lascio scoprire da soli! La prima serie è terminata in America ed è stata confermata una seconda stagione che dovrebbe partire a gennaio 2014. Le domande che ha lasciato aperte sono molte... E io già non vedo l'ora!



Il cibo in questa serie ha un ruolo interessante: Elizabeth deve fare la mamma americana e lo fa anche a tavola. Offre brownies ai nuovi vicini, porta a cena il "suo famoso polpettone", prepara colazione con latte e cereali colorati ai suoi bambini e confeziona sandwiches da portare a scuola per il pranzo. Non si fa mai parola di piatti tipici russi nella famiglia Jennings. Una scena interessante, però, riguarda il caviale: Elizabeth e Philip lo assaggeranno per la prima volta in seguito a una serie di coincidenze, per merito del vicino Stan. In Russia era troppo costoso per poterselo permettere...



sabato 27 aprile 2013

Peanut butter cookies: scoprendo il burro d'arachidi, come Joe Black






La scena che avete appena visto è presa da Vi presento Joe Black, film con Brad Pitt che tutti conoscerete, in cui la "Signora con la falce" si incarnava nel corpo del fustacchione Brad per farsi un giro sulla terra a dare una sbirciatina alla vita umana prima di prendere con sé Bill Parrish, magnate delle comunicazioni interpretato da Anthony Hopkins. Ovviamente per il "signor morte" tutto è nuovo, compreso il burro di noccioline, che scopre per la prima volta girovagando per le cucine della villa dei Parrish. 
La mia reazione al burro di noccioline è stata più o meno la stessa. Ne avevo sentito parlare da tanto tempo, visto in tv mille volte nelle serie americane, ma alla fine non l'avevo mai assaggiato! 

A New York (chi si è perso il post precedente, qui trovate i dettagli gastronomici della vacanza) l'ho comprato della Skippi (che il signore nel film reputa inferiore all'altra marca consumata da lui, pazienza!) e così ho potuto assaggiare questa porcosità unica che è il burro d'arachidi! Un po' come nel film, al primo assaggino pensi: mm, sa di arachidi tostate, è forte. Però è buono. Yum... quasi quasi ne prendo un altro po'! 
Ho subito cercato di applicare le potenzialità del burro di arachidi a un dolcetto e preparato questi biscotti che sono oggettivamente spaziali.. provare per credere! Le dosi sono leggermente aggiustate rispetto alla ricetta americana del sito Joy of baking, ho guardato anche la ricetta di Magnolia Bakery riportata da Martha Stewart ma la quantità di burro (tra arachidi e normale) era imbarazzante così ho optato per quell'altra. 



Peanut Butter Cookies
260 grammi di farina 00
150 grammi di burro (io margarina, solo perché non posso mangiare latticini...)
180 grammi di burro di arachidi
200 grammi di zucchero bianco
1 uovo grande
1 cucchiaino di estratto di vaniglia
1/3 cucchiaino di lievito di lievito per dolci
1 punta di cucchiaino di bicarbonato
1/4 cucchiaino di sale
80 grammi circa di cioccolato fondente tagliato a pezzetti

Lavorare nel robot lo zucchero con il burro per diversi minuti fino a ottenere una crema. Aggiungere il burro di arachidi e continuare ad amalgamare. Unire anche l'uovo e l'estratto di vaniglia. In una ciotola unire la farina, il lievito e il sale. Aggiungere i solidi alla crema di burri, zucchero e uova e azionare nuovamente il robot per qualche secondo. Otterrete un impasto simile a una frolla, leggermente più morbida. Aggiungete i pezzetti di cioccolato e mescolate a mano con un cucchiaio per distribuirli in modo omogeneo. Riponete l'impasto in frigo a rassodare per almeno mezz'ora. Dopo di che create con le mani delle piccole palline e disponetele ben distanziate su una teglia coperta di carta da forno. Con queste dosi dovrebbero uscire circa 30-35 biscotti a seconda della dimensione. Una volta disposti i biscotti, prendete una forchetta e passatela in una ciotola con un po' di zucchero. Con i rebbi della forchetta operate due disegni (a mo' di croce) sulla superficie dei vostri biscotti, che in questo modo otterranno una forma più schiacciata e una decorazione simil-quadrettata al centro. Infornate per 10 minuti a 180 gradi. Non cuoceteli troppo, al massimo  12 minuti: devono restare morbidi! Lasciateli raffreddare e poi... godete!


giovedì 25 aprile 2013

New York: a food guide. Cosa e dove mangiare nella City

Manhattan vista da Brooklyn

Eccomi qua, sono tornata! Dov'ero finita? Prima scarseggiava l'ispirazione culinaria, poi c'erano tante cose da fare e soprattutto la settimana scorsa sono stata in vacanza a New York!
Una gita nella Grande Mela, con una cara amica, per andare a trovare un'altra cara amica che da quasi tre anni ormai abita là. La prima volta negli States, la prima volta a New York, la seconda volta che mentre sono in viaggio c'è un allarme terroristico (stavolta a Boston, la bomba è esplosa mentre noi ignare ci godevamo la vista dall'Empire State building... nel 2006 era stato a Londra: ero lì per lavoro, fermarono un terrorista a Heatrow e chiusero l'aeroporto per mezza giornata).
A parte questa parentesi di preoccupazione, è stato tutto meraviglioso, eccitante, energico e ricco di emozione. In questo post, però, voglio parlare solamente di cibo! Perché di film su New York ne abbiamo già parlato qui, quindi è tempo di dedicarci alle delizie che potrete assaggiare se andate nella città che non dorme mai.

1) Clam Chowder e sushi


La clam chowder è una zuppa di vongole buonissima che abbiamo assaggiato in una pescheria/ ristorante chiamata Lobster Place all'interno del Chelsea Market, il mercato coperto ricavato dell'ex fabbrica dei biscotti Oreo, nel quartiere di Chelsea. Esistono diverse versioni di clam chowder, contengono tutte vongole, ma in base all'origine geografica si arricchiscono di diversi ingredienti. Noi abbiamo assaggiato un bicchierino della Manhattan clam chowder, che era fatta con pomodoro, brodo, prezzemolo: buona, tipo il nostro guazzetto, ma quella veramente ottima e che infatti abbiamo scelto era la New England clam chowder, che contiene patate, erba cipollina e sicuramente panna e latte. Si mangia accompagnata dagli oyster crackers, piccoli crackers rotondi somiglianti a ostriche da tuffare nella zuppa. Il vassoietto che vedete accanto alla zuppa era un roll di maki freschissimi preparato al momento in pescheria. Costo di zuppa, sushi e una bottiglietta di acqua intorno ai 17 dollari (13 euro).


The Lobster Place
Chelsea Market
75 Ninth Avenue
New York, NY 10011

http://www.lobsterplace.com/


2) Sua maestà l'hamburger


Nel nostro viaggio non poteva mancare la tappa culinaria a base di hamburger. Noi l'abbiamo mangiato tre volte in una settimana. La prima volta nel quartiere Red Hook di Brooklyn, in un locale carino in stile pub inglese, con i mattoncini rossi, dal nome Hope & Anchor: hamburger buono, bello grande, ma con cipolla rinsecchita che ho tolto e patatine d'accompagnamento così così. Poi c'è stato Burger Joint, un'esperienza assurda come solo in America: entrate all'interno dell'hotel Le Parker Meridien e a metà della hall vedrete un tendone rosso. Lì comincia la fila per uno degli hamburger più buoni della città. Burger Joint è una specie di bettola preesistente all'hotel e lì è rimasta, con solo l'insegna al neon ad indicarla. Ma i newyorkesi la conoscono bene, infatti conviene andare sul presto o molto tardi (come suggerisce la Lonely Planet) per non trovare molta fila. Ah, idee chiare su quello che volete ordinare: potete compilare un foglietto oppure ricordare bene cosa ci volete dentro (verdura, salse etc) e come lo volete cotto, se esitate troppo vi mandano in fondo alla fila (ma non è vero, è solo terrorismo psicologico per spingere la gente a fare veloce). Hamburger ottimo, patatine perfette. L'ultima sera abbiamo tentato con Shake Shack, chioschetto nel centro del parco di Madison Square, ma avevamo solo un'oretta e la lunga fila ci ha spinto ad andare via prima di aver assaggiato un altro tra i burgers più rinomati della città: peccato! Ma in questo modo abbiamo potuto vedere il Top of the rock by night e poi, manco a dirlo, ci siamo rifugiate per la seconda volta da Burger Joint (che era vicino) e che anche nel bis non ci ha deluso!

Burger Joint
c/o Le Parker Meridien
119 West 46th Street
Manhattan - New York

Shake Shack
Southeast corner Madison Square Park
near Madison Ave and East 23rd Street
Manhattan - New York
ci sono anche diverse altre location in città, 
ma questa è stata la prima

Hope & Anchor
347 Van Brunt Street
Red Hook - Brooklyn (NY)



3) Lobster, crab and shrimp rolls!


All'uscita dal Metropolitan Museum ci siamo dirette da Luke's Lobster nell'Upper East Side, ma è una catena che potete trovare in diverse zone della città. Fanno i famosi lobster rolls, che sono composti da un pezzo di panino (buns) leggermente scaldati, spalmati con leggero velo di maionese, burro al limone e spezie e riempiti con aragosta, granchio o gamberetti semplicemente bolliti e freddi, nello stile del Maine, dove si pescano i crostacei più buoni e freschi che poi arrivano sulle tavole di New York. Nella foto vedete un menu Taste of Maine, composto da 3 mezzi roll con gamberetti, aragosta e granchio. Noi ne abbiamo ordinato uno e lo abbiamo diviso, perché pensavamo fosse più grande dato il costo (20 dollari, comprendente 1 bibita e un pacchetto di patatine -sì, quelle del sacchetto) invece è la dose giusta per uno solo. I rolls comunque sono buoni, se devo consigliarvi prendete granchio o aragosta (che a NY nei mesi estivi, quando è di stagione, dovrebbe essere più cheap). Forse un po' caro rispetto alla media, considerato che non è un ristorante ma uno shack, un posto dove prendere qualcosa, consumare velocemente e poi via. La clam chowder che al Lobster's place costava tipo 4 dollari in versione small e fino a 6 nelle cup più grandi, qui veniva 8 (ma non l'ho presa e non so dire se la dose era maggiore).

Luke's Lobster
Upper East Side
242 East 81st Street
http://lukeslobster.com/
sul sito trovate altre location in città

3) Cheesecake


Quelle bestie di fettone che vedete nella foto sono le dosi di cheesecake che servono al ristorante Junior's a Brooklyn, un classico diner's famoso proprio per le torte al formaggio. Noi abbiamo preso Apple crumb cheesecake e Raspberry swirl cheesecake: sono state la nostra colazione e non abbiamo pranzato, quel giorno. Veramente enormi, ma continuavamo a mangiare. Decisamente diverse dalle cheesecake italiane: non so se sia per il formaggio che usano, ma erano un'altra cosa rispetto a quello che si trova qui, sia per consistenza che per sapore. Non meglio o peggio, ma proprio diverse. Da provare. Una fetta costa 7 euro (ma si divide in due tranquillamente).

Junior's
386 Flatbush Avenue EXT
Brooklyn, New York 11201

http://www.juniorscheesecake.com/
(ci sono location anche a Manhattan, zona Times Square e Grand Central)


3) Cupcakes e biscotti


Non sono mai stata una grande fan dei cupcakes e ho sempre pensato che il buttercream frosting mi facesse venire la nausea. Finché non ho assaggiato la red velvet cupcake di Magnolia Bakery! Dimenticate quelle guarnizioni pesanti che spesso si trovano nelle wannabe-American bakery di Milano, lì il frosting è spatolato a mano da ragazze bravissime, senza troppi fronzoli, ed è come addentare una nuvola. Il cupcake poi era soffice e delizioso, buonissimo! Di bakery ne vedrete moltissime altre, se la vostra passione sono i cookies andate al Chelsea market da Eleni's: potrete comprare delle scatoline di biscotti con chocolate chips, butterscotch, pink sugar, cookies decorati e molto altro (da mangiare o regalare).

Magnolia Bakery
1240 Avenue of the Americas (corner of 49th and 6th Avenue) 
New York NY 10020
altre locations sul sito 

Eleni's 
75 9th Avenue
New York, NY 10011


 5) Pastrami sandwich


Katz's Delicatessen è un luogo cult a New York, un'istituzione aperta nel lower East side dal 1888. Lì si è svolta la famosa scena dell'orgasmo simulato da Meg Ryan in Harry ti presento Sally. La specialità è il panino con il pastrami, che viene servito con mostarda e cetriolini. Il pastrami è una preparazione di origine ebraica dei Balcani e Medio Oriente composta di carne speziata che viene trattata in diversi modi (prima in salamoia, poi essiccata, affumicata e cotta a vapore). Io l'ho trovata buonissima. Quel panozzo nella foto l'abbiamo diviso in due per cena, per noi è stato abbastanza, ma dipende dalla vostra fame e da cosa avete mangiato a pranzo! 

Katz's Delicatessen
205 East Houston Street (corner of Ludlow St)
New York City, 10002

6) Frutti esotici o meglio asiatici e ristorante vietnamita


Serata a Chinatown: prima ci siamo fatte attirare da questa bancarella di frutti asiatici e abbiamo speso uno sproposito per due red dragon fruits (quelli rossi, si aprono a metà e si mangia l'interno con il cucchiaino, la polpa è bianca con i semini neri, somiglia al kiwi anche come sapore) e delle mele cinesi (quelle rosa che vedete nella foto in basso a sinistra, nell'angolo destro) che invece non sapevano assolutamente di nulla! Il consiglio, comunque, è guardare e non comprare. :-)
Poi siamo state al ristorante Pho Viet, ma non ho fatto foto. Abbiamo mangiato diverse cosine come Vietnamese spring rolls (che contengono carne), green papaya salad with beef, un granchio fritto pescato nel momento dell'anno in cui muta la corazza e quindi è tutto morbido e si mangia intero, varie verdurine. Tutto buono, siamo state invitate quindi non so il costo ma credo che con circa 25 dollari a testa si mangi.

Pho Viet Huong
73 Mulberry Street
New York, NY 10013

http://www.phoviethuong.com/


7) Supermercato americano, ovvero delizie e orrori del consumismo


Abbiamo scoperto che a New York la frutta e la verdura viene ordinata in file perfette che formano muraglie ordinatissime. Il muro di broccoli e le arance qui sopra (da Fairway) ve ne danno un'idea. Wholefood's, catena "fighetta", per così dire, c'è anche un super reparto di fresco dove puoi comporti le tue insalate o comprare piatti cucinati. Lì abbiamo comprato "sfuse" delle noci pecan (che buone!) e un mix di cereali Omega3, ho trovato l'estratto di vaniglia di Tahiti e diversi mix di spezie. Ma anche quell'obbrobrio di pizza "pepperoni" take & bake e le chocolate stuffed crepes confezionate... aiuto!!

Wholefood's
Fairway

Spero che queste dritte culinarie vi siano utili se avete in programma un viaggio nella Grande mela, per ora vi saluto con qualche fotina! A presto!!


Bryant Park

Times Square

Panorama dall'Empire State Building

In Central Park

Tra le vie di Brooklyn

sabato 30 marzo 2013

My mad fat diary: anni 90 in salsa british, tra junk food e brit pop



Se vi è piaciuto The Perks of Being a Wallflower (Noi siamo infinito) non potete perdervi la miniserie britannica My Mad Fat Diary, diario semiserio dei problemi di Rae, una sedicenne inglese obesa e reduce da quattro mesi di ospedale psichiatrico che tenta di conquistarsi una vita normale, nel Lincolnshire del 1996. Una vita che comprenda quindi un gruppo di amici, musica, feste, concerti e ovviamente avventure romantiche (e sessuali). Il tutto con l'aiuto terapeutico di un diario. 
Ma Rae deve fare i conti con qualche ostacolo: una situazione stravagante in casa, con una madre single che nasconde in casa l'amante tunisino immigrato illegalmente; una migliore amica carina e popolare, Chloe, che è ignara del suo breakdown mentale e che pensa sia stata in Francia per qualche mese; la terapia con il dottor Kester, che pur aiutandola le ricorda in continuazione di essere diversa dagli altri; e poi l'essere obesa. Perché anche sei sei spiritosa, divertente e intelligente, a 16 anni se pesi 100 chili i ragazzi difficilmente si accorgono di te. L'accettazione di sè, il coraggio di uscire dalla "comfort zone" e l'ardire di provare a ottenere ciò che si vuole si mescolano quindi a momenti di autocompatimento, invidia, semplice sconforto e debolezza. Non pensate però di trovarvi di fronte a un drammone strappalacrime: nei sei episodi della serie Rae affronta le sue paure sempre ironizzando e dissacrando ogni cosa grazie anche al diario, che diventa una voce narrante senza filtri, e si conquista con coraggio un posto nella vita della sua cittadina, superando sempre più i suoi limiti.








Perla vera della serie è la colonna sonora espressione degli anni d'oro del brit pop, dove dominano su tutti Oasis e Blur, affiancati da  Radiohead, Stone Roses, Suede, Verve, Prodigy, Pulp, Beck, Garbage, No Doubt, Bjork, Charlatans. Il tutto condito con pezzi che riemergeranno da angoli dimenticati del vostro cervello (parlo degli Ash, dei Fun lovin criminals, della canzone Spacemen dei mai più pervenuti Babylon Zoo (?!), di Children di Robert Miles e Born Slippy di Underworld -e dai che le avete ballate tutti!- e perfino Mr Boombastic di Shaggy e la macarena. Two thumbs up!


Rae è una ragazza grassa. Essere grassa è uno dei suoi problemi e al tempo stesso è la manifestazione esteriore di ferite più profonde. Chi è grasso o è stato grasso sa cosa intendo: non si è mai abbastanza magri per smettere di essere ciccioni, fuori e dentro. L'insicurezza e l'odio della propria immagine nello specchio probabilmente non andranno mai via, ma si impara a conviverci, con quel senso di inadeguatezza, e magari a superarlo un pezzetto di più, giorno dopo giorno.
Quando è triste Rae si abbuffa di nascosto rubando i peggiori snack dalla dispensa di casa (che la madre, ugualmente golosa, stipa in un armadietto apposito).. rappresentata come una specie di altare al Dio dei dolci! 



E voi, cosa fate quando siete tristi? Avete un comfort food che vi rimette al mondo? Un junk food che normalmente evitate e che, quando ci vuole, vi concedete senza ritegno? Raccontatemelo! :)

mercoledì 20 marzo 2013

Milk... addio!

Sto forse parlando del film di Gus Van Sant del 2008, con Sean Penn nei panni di Harvey Milk, primo gay dichiarato ad essere eletto a una carica politica negli USA? No.



Quando parlo di milk intendo proprio il latte, quello bianco che si beve a colazione.



Ho scoperto di essere intollerante al latte e ai derivati.
Io, che inizio la giornata con una tazza di latte e caffè.
Io, che come merenda mangio lo yogurt.
Io, che quando in un dolce ci vuole il burro, ci vuole il burro.
Io, che ho un amore per i formaggi che manco i topi.
O forse proprio per tutti questi motivi.
Sta di fatto che, dopo aver constatato che la mia allergia alla polvere è tornata a livelli acuti, ho voluto fare un test anche per controllare che non ci fossero problemi alimentari a darle man forte, facendomi sentire più stanca, gonfia e soggetta a dermatite. E ho scoperto questo e magari il latte fa la sua parte. Allora da oggi in poi inizierò un percorso di "svezzamento" per tornare a tollerare i latticini. Il che significa che potrò mangiare alimenti contenenti latte o derivati solo 2 giorni, non consecutivi a settimana.
Insomma ciao ciao tazza di latte, ciao ciao yogurt greco colato con miele e frutta. E che problema c'è, direte voi, sembra facile: ma il latte è dentro in una marea di alimenti confezionati che manco ve li immaginate. Crackers conditi, wafer e biscotti, cioccolato, salumi cotti come wurstel e mortadella ma anche nel salame.
E poi per colazione di certo non posso mangiare i cereali nel tè, quindi urge provare ricette di torte semplici e biscotti senza latte e senza burro, per fare colazione. Le uova sì, posso mangiarle, ma non è che mi posso preparare il pan di spagna per colazione (in realtà non è una cattiva idea forse?) o mangiare amaretti o savoiardi alle 7 di mattina (come indica l'elenco di alimenti OK).
Ok, c'è il latte vegetale, lo proverò.. ma l'ho già preso qualche volta e non mi piace. Cioè, ok al latte di riso nel ciambellone, mica tanto ok alla tazza di latte di riso da sorseggiare... o comunque non spesso!  Attendo quindi le vostre ricette, mi salveranno la vita!



Nel frattempo, se siete incuriositi dall'altro Milk, quello di Sean Penn e non l'avete visto, vi consiglio di recuperarlo. Il film è stato candidato a ben otto statuette nel 2009, portandosi a casa l'Oscar a Penn come miglior attore protagonista e quello per miglior sceneggiatura originale.
Il film racconta gli otto anni, tra il 1970 e il 1978, della vita politica di Harvey Milk, primo omosessuale dichiarato a diventare consigliere della città di San Francisco. Milk si batté per i diritti dei gay, prima di essere assassinato assieme al sindaco della città George Moscone da un ex consigliere omofobo. Il film si snoda tra l'impegno pubblico e civile di Milk e la sua vita privata, piuttosto movimentata e fatta di storie più o meno felici, come quella con il grande amore Scott Smith, interpretato da James Franco.




Nel film ci sono anche parecchie effusioni tra i due e devo ammettere che fanno un po' strano.. soprattutto considerato che entrambi sono considerati attori sex symbol! Perlomeno Franco, perché per me Penn con quella faccia da Pinocchietto invecchiato ha la sensualità di un merluzzo. Comunque, considerazioni sul fascino degli attori a parte, troverete un bel biopic su un personaggio positivo che si batteva per diritti che ancora oggi non sono del tutto conquistati!

E tornando al latte, vi saluto con questa canzone dei Blur che ha per protagonista.. un cartone di milk! Aspetto ricette...

Chi ben comincia... il mio parere sui film visti tra fine e inzio anno

Il tempo per scrivere dei film che guardo scarseggia sempre, così ho deciso di fare un post riepilogativo dei tioli visti nell'ultimo p...