martedì 29 agosto 2023

Oppenheimer: la mia recensione del film di Christopher Nolan

Cillian Murphy è Robert Oppenheimer

Oppenheimer.

Chevvelodicoaffà.

In questi giorni si parla solo dell'ultimo film di Christopher Nolan. Ho voluto prendermi qualche giorno dalla visione per cercare di mettere giù dei pensieri sensati sul film, possibilmente parlarne senza fare spoiler e capire se mi sia davvero piaciuto. All’ultima domanda, che sembra la più semplice, la risposta è in verità complessa. 

Un film grandioso ricco di dilemmi morali

Di pancia la risposta è certamente sì, Oppenheimer mi è piaciuto: si tratta di un’opera memorabile, densa di temi importantissimi. La costante ricerca dell’uomo per superare i propri limiti, il dilemma morale e il senso di colpa per le conseguenze delle proprie scelte, la lotta tra scienza e politica, la caccia alle streghe che in un attimo, al bisogno, trasforma un eroe in agnello sacrificale, l’invidia, il tradimento, la vendetta, l’oblio.

Lewis Strauss (Robert Downing Junior), capo dell'AEC, fu un grande oppositore di Oppenheimer

E questi temi in Oppenheimer si mescolano e si intersecano, in tre ore di racconto che non annoia mai ma spesso divaga, apre parentesi, sembra deragliare dal fulcro del racconto per regalare sottotrame, mini intrighi, personaggi di cui a malapena riesci a ricordare il nome che improvvisamente, a tempo debito, tornano ad avere un ruolo e un senso.

Salti temporali, che passione

La storia si snoda tra passato e presente, attraverso i salti temporali che tanto piacciono a Nolan: mentre seguiamo il percorso di Robert Oppenheimer dai suoi studi di fisica a Oxford alla carriera accademica a Stanford, fino al reclutamento per il progetto Manhattan e il perfezionamento della bomba atomica a Los Alamos, sbirciamo anche il dopo.

Dopo la fine della guerra, quando l'ex "uomo dell'anno" del Time è sospettato di essere una spia russa e viene messo sotto udienza a porte chiuse per valutare la revoca dei suoi accessi di sicurezza (e segnare così la fine della sua carriera governativa). 

Nel frattempo, vediamo anche Lewis Strauss, capo dell'agenzia atomica degli Stati Uniti, davanti a una commissione che deciderà se ammetterlo al Gabinetto. L'udienza, ovviamente, rivelerà altri succosi retroscena su Oppenheimer.

Montaggio e musica non lasciano tregua

Tutto ciò è condito dal solito montaggio incalzante e da una colonna sonora implacabile e pervasiva (firmata da Ludwig Goransson, già autore delle musiche di Tenet e conosciuto anche per quelle bellissime di The Mandalorian), in grado di trasformare un semplice dialogo o la scena di un interrogatorio in un climax narrativo da thriller. 

Il silenzio e la totale assenza di musica le troviamo, invece, davanti alla detonazione della bomba test Trinity, nel cuore del deserto del New Mexico, a sottolineare l’unicità del momento storico, la quiete prima dell’onda d’urto che cambiò per sempre le sorti del mondo.


Prima di andare al cinema, studia

Tuttavia, come ho già notato per altri film di Nolan, trovo che questa narrazione così incalzante, così incurante del pubblico che deve fare i salti mortali per stare dietro ai suoi ritmi, assomigli a quella di certi giornalisti quando raccontano le notizie senza dare il contesto, talmente immersi nella loro materia da non rendersi conto che parte del pubblico, a cui stai offrendo il tuo servizio, non capirà. Oppure volutamente disinteressato a questo fattore. 

Della serie: se hai dimenticato le poche lezioni di fisica che hai fatto e non hai la memoria fresca sul maccartismo e la storia politica americana contemporanea peggio per te, non è mio compito colmare le tue lacune. Un approccio rispettabile, certamente, però diciamo che al cinema di solito si va senza prima fare un ripasso del programma di quinta liceo.

Emozionarsi non è così facile

Infine, l’altro punto debole  - per me - dello stile narrativo di Nolan, è il modo frettoloso e un po' freddo in cui racconta i rapporti personali. Un approccio che lascia sempre una certa distanza tra personaggi e spettatore, lasciandoci incapaci di empatizzare davvero con loro.

I personaggi come strumenti nella storia che Nolan vuole raccontare

I personaggi – in particolare quelli femminili- sono spesso psicologicamente solo abbozzati e sono sempre strumenti di una storia più grande. A Nolan non interessa raccontare veramente chi abbiamo di fronte, ma servirsene per mostrare qualcos'altro. Quindi lancia suggestioni, dipinge qualche pennellata poco definita che possa darti degli indizi, e lì si ferma.


E’ il caso di Jean Tatlock (Florence Pugh), qui raffigurata come un’affascinante eccentrica con problemi mentali, il che probabilmente è anche vero, ma – essendomi andata a leggere meglio chi fosse - risulta certamente una semplificazione. 

Con Kitty (la moglie, interpretata da Emily Blunt) va un pochino meglio, ma dal loro incontro al loro matrimonio con lei incinta passa solo un attimo, è tutto accelerato, tanto che nello stesso film viene fatta una battuta al riguardo.

Oppenheimer è un moderno Prometeo

Oppenheimer stesso, la sua vita, le sue scoperte scentifiche e i dilemmi morali che sono seguiti all'effettivo utilizzo delle bombe su Hiroshima e Nagasaki, sono appunto il mezzo scelto da Nolan per trattare i temi su citati in maniera più ampia, facendo una riflessione generale sulla natura autodistruttiva dell’uomo, incapace di fermarsi persino davanti alla possibilità di dare fuoco all’intero pianeta. 

Ma forse in questo biopic anomalo, in cui gli occhi vacui di Cillian Murphy seguono magistralmente ambizioni e sgomenti di Oppenheimer, raccontare con maggiore profondità i mille personaggi, dislocati per di più lungo diversi piani temporali, sarebbe stato chiedere troppo.

In definitiva, Oppenheimer è un film riuscito?



Sicuramente possiamo dire che è un film riuscito. E’ un capolavoro? Per me no. Ma sicuramente è una pellicola molto interessante, realizzata in modo ottimale soprattutto dal punto di vista tecnico e che quindi vale la pena vedere al cinema, in una sala che offra la maggior qualità possibile del suono e della visione.

Non un piatto, ma un intero menu

Infine, se dovessi fare una delle mie tanto amate similitudini culinarie, vi direi che Oppenheimer non può essere considerato un piatto, bensì un intero menu. Uno di quei percorsi da cinque portate serviti alle cene di gala, dove la qualità è alta, ma i motivi per cui i commensali sono al tavolo sono troppo distanti dal cibo perchè, sul momento, facciano caso alle singole pietanze. 

Eppure una volta a casa diranno: “Però, ho mangiato bene e sono proprio sazio. E quel piatto era proprio una chicca, ora che ci penso”.

E voi avete già visto Oppenheimer? 

Raccontatemi cosa ne pensate!

 

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