venerdì 29 aprile 2011

Sindrome cinese.. o cucina cinese?

Ciao a tutti, torno dopo qualche giorno di assenza dal mio e dai vostri blog per un piccolo intervento, niente di che, ma non ho avuto voglia e forze per mettermi ai fornelli e scorrazzare come al solito per il web. In compenso mi sono spalmata sul divano a vedere tv, film, e telegiornali. Seguendo per esempio la questione della moratoria sull'energia nucleare che di fatto impedirà di includere il quesito sulle centrali nei referendum del 12 giugno e al tempo stesso, come ha confessato candidamente Berlusconi, farà sì che "fra un anno o due si possa tornare a discuterne con un'opinione pubblica consapevole". Perché, sempre secondo il premier, il nucleare è "una scelta ineluttabile, l'energia più sicura". Inutile dire che trovo assurdo questo raggiro che impedirà agli italiani di esprimere la loro opinione su un quesito referendario per cui a tempo debito sono state raccolte 1 milione di firme. Oltre a questo, si riapre la questione della validità del nucleare come fonte energetica.
Come la penso ve lo dissi già qui. Oggi, per riflettere sul tema vi invito a vedere un film del 1979 che vi stupirà: è più attuale che mai. Sto parlando di Sindrome cinese, con Jane Fonda, Michael Douglas e Jack Lemmon


Una telecronista (Fonda) e il suo operatore (Douglas) fanno visita a una centrale nucleare nella città di Ventana, in California, per realizzare un servizio. Mentre sono lì succede un imprevisto: un incidente, che manda nel panico i tecnici nella sala di controllo, capitanati da Lemmon. Per fortuna l'emergenza rientra, ma Douglas ha filmato di nascosto la crisi e i due reporter vorrebbero mandare in onda il filmato. Ma l'emittente ha paura: ci sono troppi interessi in ballo, l'azienda proprietaria della centrale sta aspettando le concessioni per aprirne un'altra... I due decidono di indagare più a fondo su quanto accaduto e dovranno stare molto attenti.
Il film, diretto da James Bridges, fu al tempo accusato di inutile allarmismo, ma si è rivelato invece piuttosto lungimirante e profetico. Ma a cosa si riferisce il titolo, sindrome cinese? Si tratta di un'immagine iperbolica che spiega il timore di cosa sarebbe successo nel caso in cui fosse avvenuta la fusione del nocciolo nel reattore: niente avrebbe potuto fermarlo, avrebbe fuso la base della centrale, perforando la crosta terrestre e arrivando fino all'altro capo del mondo, in questo caso fino alla Cina. Nel film in realtà si dice che tale teoria è inesatta, perché nel caso in cui nocciolo fuso avesse raggiunto una falda acquifera, si sarebbe verificata un'esplosione nell'atmosfera, creando una nuvola radioattiva killer
Nella realtà, a Cernobyl dove la fusione del nocciolo è avvenuta, non si verificò fusione del pavimento della centrale né discesa del materiale radioattivo nel sottosuolo fino a falde acquifere. Fortunatamente, viste le già gravissime e terribili conseguenze dell'incidente che ancora oggi impediscono di avvicinarsi alla città, ridotta a un fantasma. 
Insomma anche se forse una vera e propria sindrome cinese non esiste, il film vale comunque la pena guardarselo. Zero colonna sonora, Jane Fonda con capelli rossi e cotonati e pantaloni a zampa d'elefante, Douglas con barba e capelli fluenti e piglio battagliero e Jack Lemmon fantastico, per un'interpretazione che gli valse nomination agli Oscar e ai Golden Globe e una Palma come miglior attore a Cannes.
Convinti?



E ora se vogliamo parlare di cinese, meglio concentrarsi sulla cucina... ecco qualche grande classico...
E voi, cosa amate di più della cucina con gli occhi a mandorla??

I classici involtini primavera!

Ravioli al vapore.. con carne o gamberi!
Pollo al limone
Zongzi, foglie di bambù con ripieno di riso, maiale, arachidi e uova di  anatra
Zuppa cinese con pollo, verdura e noodles di soja
Riso alla cantonese

lunedì 25 aprile 2011

L'Oro di Napoli... La Pastiera



Ebbene sì, anch'io mi sono voluta cimentare in una preparazione dolciaria che in questi giorni trionfa su moltissimi blog: la pastiera! Un dolce piuttosto lontano dalla tradizione delle mie zone: immaginerete anche voi che una brianzola con origini venete abbia conosciuto la pastiera solo pochi anni fa, quando ha avuto modo di provare qualche pizzeria e ristorante partenopeo insediato a Milano. Per anni avevo sentito parlare di questo bijoux, la vedevo anche in pasticceria, ma non l'avevo mai ordinata. Inutile dire che me è stato amore al primo assaggio. Con la pastiera è così, c'è chi la ama e chi la odia. Un po' come Napoli, no? Eh già, la mamma della pastiera e di tante altre ghiottonerie (adoro la cucina napoletana... i fritti, i sughi, gli scialatielli, la pizza... yum!) anche in questi giorni è agli onori delle cronache per il solito problema spazzatura, che spero risolvano al più presto.
Nel frattempo, vi spiego come ho preparato a pastiera... La ricetta proviene dal blog Io porto il dolce di Pamirilla, una pasticcera coi fiocchi. L'ho seguita... facendo un paio di piccole varianti, o non sarei io!

La pastiera

Per la frolla
400 gr di farina
200 gr di zucchero
200 gr di burro
1 uovo intero
1 tuorlo
un pizzico di sale
una grattata di scorza di limone

Per la farcia

400 gr di grano precotto per pastiera
200 ml di latte
1 noce di burro
1 cucchiaio di zucchero
scorza di limone

500 gr di ricotta
400 gr di zucchero 
5 uova (5 tuorli e 3 albumi; io ne ho usate solo 4)
essenza di fiori di arancio
scorza di limone
cedro, arancia e zucca canditi (io non li ho messi)


Preparare la pasta frolla con il solito procedimento. La ricetta tradizionale napoletana, da ciò che ho letto, prevede l'uso dello strutto, io l'ho sostituito con il classico burro. Mentre la frolla riposa in frigo, procedete a preparare la crema di grano: mettete il contenuto di una latta a scaldare con 200 ml di latte, la scorza di un limone che poi toglierete, una noce di burro e un cucchiaio di zucchero. Lasciate cuocere per circa 20 minuti, mescolando spesso. Spegnete e lasciate raffreddare.

In un'ampia terrina setacciate la ricotta (io ho usato quella di mucca, alcune ricette suggeriscono quella di pecora), amalgamatela allo zucchero e mescolate fino a creare una crema molto soffice. Aggiungete i quattro (o 5, come da ricetta originale) tuorli, uno alla volta, per amalgarli al meglio. A parte montate a neve 3 dei 5 albumi. Unite alla crema di ricotta una grattugiata di scorza di limone, la crema di grano, versate l'essenza di fiori d'arancio (io avevo una boccetta da 85 ml e ne ho versata metà, ed era ok), se volete i canditi e infine incorporate gli albumi montati a neve. 

Stendete la pasta frolla, foderate una teglia per crostate (io ho usato questa, anche se ci vorrebbe una teglia apposita) e poi versate il ripieno. Per la teglia da crostata queste dosi di ripieno sono un po' eccessive: la pastiera mi è venuta un po' troppo alta e infatti durante spostamenti e taglio delle fette si sono formate alcune crepe. Io quindi suggerisco di trovare la teglia giusta o ridurre leggermente le dosi
Coprite il ripieno con strisce di pasta frolla che devono essere piuttosto larghe

Infornate a 180 gradi per 20 minuti e poi abbassate la temperatura a 150 gradi per un'altra ora e venti.
Seguendo il consiglio di Pamirilla, ho preparato il dolce la sera del giovedì santo, per lasciare agli ingredienti e ai sapori il tempo di amalgamarsi e di fondersi insieme in un'unicum delizioso. E nonostante le crepe che hanno un po' rovinato l'aspetto della torta, devo dire che l'esperimento è riuscito!



Come vedete la pastiera richiede una certa dose di dedizione, calma, pazienza. E proprio la pazienza è il tema conduttore di un film di Vittorio De Sica dedicato a Napoli e alla sua umanità e alle sue mille risorse. Si tratta de L'Oro di Napoli, del 1954, una pellicola che attraverso 5 episodi ci mostra le vite di altrettanti protagonisti interpretati nientemeno da Totò, Sophia Loren, Silvana Mangano, Eduardo De Filippo e lo stesso De Sica. Secondo il dizionario del cinema Morandini "L'Oro di Napoli è la pazienza, la possibilità di rialzarsi dopo ogni caduta, una remota, ereditaria, intelligente, superiore pazienza". Nobili decaduti, pizzaioli, prostitute, pazzarielli... una carrellata tutta da scoprire. Senza dimenticare una fetta di pastiera!

sabato 23 aprile 2011

Down with love, up with chocolate!


Può una ragazza insignificante diventare una scrittrice di fama internazionale e prendersi tutto, tutto, ma proprio tutto ciò che vuole? Down with Love, Abbasso l'amore, ci fa credere che sì, quando una donna ci si mette, beh, meglio fare attenzione. 
La pellicola, del 2003, ci porta nella New York dei ruggenti anni 60, tra attici di superdesign, classici di Frank Sinatra e meravigliosi abiti dal taglio perfetto e dai colori sgargianti, facendo rivivere la tradizione dei classici film "battle of the sexes" delle produzioni hollywoodiane con Doris Day e Rock Hudson (es. Pillow Talk). 
Renée Zellweger intrepreta infatti Barbara Novak, una scrittrice che arriva sulla cresta dell'onda grazie al suo manuale Down with love, in cui dispensa alle donne consigli per diventare padrone della propria vita, migliorandola e sentendosi finalmente in grado di raggiungere qualsiasi obiettivo. 
Primo step del percorso di rivoluzione interiore? Dire abbasso l'amore. L'amore rende dipendenti, vittimistiche, impedisce di puntare alto nella carriera: molto meglio il cioccolato, sostiene la Novak, che rilascia nel corpo endorfine simili a quelle del sopravvalutato sentimento, con la differenza che è buono e sempre disponibile. E il sesso? Le donne non devono rinunciarci, anzi. Grazie al cioccolato-surrogato e alle nuove gratificazioni della propria vita personale, le donne impareranno a gustarsi il sesso in totale libertà, svincolandolo dall'amore, esattamente come gli uomini. 

Il libro della Novak fa il giro del mondo. E Catcher Block, giornalista celebre e donnaiolo, che all'inizio l'aveva snobbata, ora vuole a tutti i costi intervistarla. Troppo tardi, è il turno di Barbara di fare la sostenuta. E allora Catcher decide di tenderle una trappola. Impersonando l'uomo perfetto vuole far capitolare la scrittrice che ha detto no all'amore, facendola innamorare.






Ci riuscirà o finirà per subire il fascino di Barbara? Lascio a voi scoprirlo! Una commedia dal ritmo serrato, con dialoghi divertenti, interpreti credibili che scintillano in costumi impeccabili e ambientazioni in technicolor: davvero da vedere! Ewan McGregor, nella parte di Block, è ruffiano, indisponente e charmant quanto basta; Renée Zellweger lo segue a ruota.

Da abbinare a Down with Love consiglio il vostro dolce preferito al cioccolato, indicato dalla stessa Novak come l'antidoto che vi darà l'indipendenza dall'amore! Io vi lascio con un piccolo budino: semplice, leggero ed efficace. E ottimo modo per riciclare le uova di Pasqua avanzate.. 
Auguri di Buona Pasqua!


Budino al cioccolato 
dosi per 3/4 coppette

600 ml di latte
3 cucchiai di cacao amaro
50 gr di cioccolato fondente
3 cucchiai di fecola di patate
5 cucchiai di zucchero
1 noce di burro
1 cucchiaino di rum (a piacere)

Sciogliete la farina, il cacao e lo zucchero nel latte, mettetelo a scaldare, aggiungete il cioccolato a pezzetti e il burro e portate a ebollizione. Cuocete qualche minuto finché non sarà denso, facendo attenzione a non fare attaccare il fondo. Se volete, aggiungete il rum. Versate in uno stampo bagnato o in coppette singole e lasciate raffreddare. Guarnite a piacere con biscottini, panna, fragole... io ho usato dei bon bon alla pasta di mandorle che avevo in casa. 

martedì 19 aprile 2011

La merenda perfetta: Banana bread & Lady Oscar


Il nome di Osamu Dezaki probabilmente non vi dice nulla. Non diceva nulla neanche a me, fino a ieri, quando è stata comunicata la notizia della sua morte. Ma voglio ricordarlo e ringraziarlo, idealmente, perché era un disegnatore e regista di anime giapponese e non uno qualsiasi, ma un grande.  I suoi lavori hanno accompagnato la mia infanzia e i miei pomeriggi domestici, toccandomi profondamente. Sto parlando di cartoni come Lady Oscar, quello che in assoluto ho più amato nella vita, Dolce Remy, Lupin III, Kimba il leone bianco, Jenny la tennista. Avventure meravigliose e grandi drammi, sullo sfondo di una morale tutta nipponica fatta di abnegazione, amore totale e sacrificio, ma anche di rivalità e cattiverie.

I personaggi principali del cartone
Un frame della sigla storica cantata dai Cavalieri del re (1982)
Lady Oscar era il mio cartone preferito per molti motivi. Primo, era una storia diversa da tutte le altre, ispirata persino a fatti storici della Rivoluzione francese. Trattava argomenti delicati e drammi veri, e io mi sentivo lusingata da questo approccio "serio " che non mi trattava da decerebrata in quanto bambina. Secondo, c'erano i disegni. Stupendi, meravigliosi: riempivo intere risme di fogli F4 copiando gli abiti sontuosi indossati da Maria Antonietta, traboccanti di fiocchi, balze, pizzi, merletti e ricami, e le acconciature - o meglio impalcature- boccolose o gli occhi scintillanti delle damine di Versailles. 
Terzo, non vedevo l'ora che Oscar si ribellasse e gettasse via quella maledetta uniforme per vivere, finalmente, da donna; intuivo che sotto la dura scorza di donna soldato era tormentata: contenta di non doversi incorsettare e incipriare la faccia, felice di saper infilzare omoni giganti con il suo fioretto e di avere un ruolo riconosciuto nella società, ma pur sempre intrappolata in un'identità distorta che le avevano cucito addosso. Forse questo concetto, allora, non lo capivo proprio benissimo, ma quel personaggio mi affascinava e provavo una forte empatia per lei. E non vedevo l'ora che ricambiasse l'amore del mitico Andrè. Esiste forse una ex bambina che allora non fosse perdutamente innamorata di quella figura leale, dolce e gentile, oltre che prestante? Se esiste la devo ancora conoscere (e se si nasconde tra voi, beh, farebbe meglio a non confessarlo in questa sede! ;-).

Il mitico Andrè

Maria Antonietta
Insomma per tutti questi motivi, nonché per il finale drammatico della vicenda, Lady Oscar è il cartone animato più intenso che abbia mai seguito. Me lo gustavo sul divano, accanto al calorifero nel soggiorno, insieme all'agognata merenda (= il momento più dolce della giornata, per me). con qualche biscotto, oppure una merendina industriale (ma una volta ogni tanto, che se no ingrassavo), o un po' di latte con il Nesquik, uno yogurt, o ancora, una volta ogni tanto, la torta della mamma. Pastine di mele o torta all'arancia oppure una una margherita. Sempre leggere, vedi motivo di cui sopra. :)
E così, vi lascio anche io con un dolce leggero, perfetto per la merenda (o la colazione). Sto parlando del banana bread, dolce di origine americana che è anche un ottimo modo per liberarsi delle banane nella fase "leopardo", quando diventano maculate e dolci da far venire il diabete solo ad annusarle!
Con queste dosi io ho preparato 9 muffin nello stampo di silicone della linea Lillotte di Pedrini e una piccola torta a stella sempre Pedrini, altrimenti potete riempirci un regolare stampo da plum cake. Ebbene sì, ci ho riprovato con il silicone dopo il fallimento dell'altra volta. Stavolta è riuscito tutto, ho anche sformato i dolci senza fatica. Ma il silicone, devo dirla tutta, is not my favourite. Voglio provarlo come stampo per i dolci freddi, però!



Banana bread muffin & cake
250 gr di farina
150 gr di zucchero 
2 uova
1 cucchiaino di lievito
1 cucchiaino di bicarbonato
1 cucchiaino di cannella
mezzo bicchiere olio di arachidi
un bicchiere di latte
4 banane mature
gocce di cioccolato qb
cioccolato fondente qb (io Venchi)

Schiacciare le banane con una forchetta e metterle in una grossa terrina. Unire le uova sbattute, l'olio e il latte. Aggiungere la farina setacciata con il lievito e il bicarbonato e lo zucchero. Mescolare bene, aggiungere la cannella. A questo punto potete aggiungere le gocce di cioccolato, se vi vanno (le consiglio). Io ho riempito lo stampo dei muffin lasciandoli lisci, per poi infilare nel centro mezzo quadretto di cioccolato fondente. Ho aggiunto invece le gocce all'impasto rimanente. Versare gli impasti negli stampi. Cuocere a 180 gradi per circa mezz'ora i muffin e successivamente altri 30 minuti la tortina.  Buona merenda, con il vostro cartone preferito.. a proposito.. Qual è?? 

lunedì 18 aprile 2011

Yogurt cake with Pulp taste


Questa torta allo yogurt è molto buona. Ma il risultato estetico non è stato esattamente quello che speravo, come potete vedere. Appena l'ho tolta dal frigo, la coulis di fragole ha cominciato a colare giù per tutto il bordo: ne ho messa un po' troppa, o forse non era abbastanza fredda (stasera infatti non colava più). Guardandola, mentre tentavo disperatamente di fare una foto il più in fretta possibile (con pessimi esiti), non ho potuto fare a meno di pensare alla traccia sanguinolenta lasciata sul manto innevato da Uma Thurman e Lucy Liu nel loro ultimo duello in Kill Bill, che sarebbe questa: 


Tratta da una scena cult, del celebratissimo film di Quentin Tarantino, del 1994, e che potete gustarvi qui sotto: 


Il film, lo conoscerete tutti, è la storia di Beatrix Kiddo, impegnata nella ricerca della banda di assassini di cui faceva parte prima di cambiare vita. Il giorno delle nozze di Beatrix la gang, capitanata da Bill, fa irruzione in chiesa e uccide il suo fidanzato. Bill le spara in testa, riducendola in coma. Dopo 4 anni di coma Beatrix si sveglia e inizia la sua ricerca: va a trovare tutti i suoi "ex amici" e li mette ko uno dopo l'altro, avvicinandosi passo dopo passo a Bill, nascosto chissà dove. 


La sua missione? Vendicarsi di lui, ovviamente. Con combattimenti all'ultimo sangue, fatti di mosse di kung fu, spade, coltelli e katane e schizzi di sangue. Tarantino non voleva tagliare neanche un pezzo della sua storia, così ha deciso di fare due episodi dividendo la pellicola in Kill Bill 1 e 2. Personalmente ho preferito il primo, anche se il cerchio si chiude solo nel secondo e quindi vanno assolutamente visti entrambi. Certo, mettetevi in testa che si tratta di un fumettone con riferimenti a spaghetti western, cartoni manga, film sui samurai giapponesi e le arti marziali ed è bene non essere troppo sensibili alla vista del sangue. Altrimenti meglio accontentarvi della torta :-)


Torta allo yogurt di agrumi con coulis di fragole
1 confezione di preparato per torte allo yogurt (Molino Chiavazza)
375 grammi di yogurt agli agrumi 
70 gr di burro
Una decina di fragole
1 cucchiaio di zucchero
1 cucchiaino di marmellata di limoni Rigoni di asiago
Uno spicchio di limone

Ho fatto questo dolce con un preparato che mi ha inviato il Molino Chiavazza: devo dire che è una soluzione facile e veloce per creare questa torta fredda senza fatica, quindi: approvata. Basta sciogliere il burro, unire il composto per la base, modellare il cartoncino che farà da cerniera alla torta, adagiare il composto bricioloso e distribuirlo con un cucchiaio. Poi versate lo yogurt in una terrina, aggiungete il preparato per la crema, amalgamate bene e poi montate con lo sbattitore per pochi minuti. Versate la crema, livellate con una spatola e mettete in frigo. La confezione dice per almeno due ore, io l'ho fatta il giorno prima e secondo me è l'ideale per lasciare che la base si compatti alla perfezione e che che la crema si solidifichi bene. Per la coulis, tagliuzzate le fragole e mettetele a cuocere con lo zucchero, il cucchiaino di marmellata di limone e il succo di uno spicchio di limone. Quando bollirà fate restringere un paio di minuti, spegnete e lasciate raffreddare. Una volta fredda, potrete versarla sulla torta e livellarla con una spatola. Io ho abbondato, ed è colata: voi siate più parche. ;-)
Buon appetito!

Oggi voglio mandare un saluto speciale a Nena e LaCarli, due blogger simpaticissime che ho conosciuto venerdì sera: alla prossima, sperando che possa unirsi a noi anche l'amica Strawberry Blonde :) bye!

giovedì 14 aprile 2011

Un treccione dorato per Rapunzel



Avete dei bambini? Ecco un film perfetto da gustare insieme, con cui vi divertirete quanto loro se non di più. Non avete bambini? Guardatevelo lo stesso! Sto parlando dell'ultima fatica della Walt Disney, Rapunzel, o Tangled nella versione originale. Si tratta di una rivisitazione avventurosa e divertente dell'omonima fiaba tedesca che aveva per protagonista una damina dai lunghi capelli rinchiusa da sempre in una torre. 
Solo la Disney poteva trasformare questa premessa che sa di muffa in un cartone movimentato con un'eroina al tempo stesso bella, goffa e simpatica e un protagonista maschile che per una volta non è un loffo principe senza macchia, ma uno spiritoso ladro gentiluomo. Molto interessante anche la cattiva di turno, Madre Gothel, che si finge buona esercitando su Rapunzel le arti della manipolazione psicologica. 
Mitico il cavallo-poliziotto Maximus, nemico di Flynn, il ladro, e deciso a catturarlo a ogni costo, e il camaleontino amico di Rapunzel. Un cartone davvero spassoso e con il classico lieto fine che accontenta proprio tutti.


I veri protagonisti della storia, però, sono i chilometrici e magici capelli dorati di Rapunzel, che la nostra amica utilizza come strumento per fare ogni cosa e come arma contro i malintenzionati. Quando finalmente riuscirà a fuggire dalla Torre, con l'aiuto di Flynn e Maximus, Rapunzel arriverà in città e dovrà intrecciare i suoi capelli per riuscire a muoversi per le strade. E allora quale miglior ricetta posso proporvi se non un treccione di pan brioche, dorato e morbido come la treccia della nostra eroina??? 



Treccione di Pan brioche
500 gr di miscela per pan brioche del Molino Spadoni
1 cubetto di lievito di birra (o lievito secco presente nella confezione, io avevo il panetto da finire!)
1 cucchiaino di miele
200 ml di acqua tiepida
1 uovo per spennellare

Sciogliete il cubetto di lievito in un po' d'acqua con un cucchiaino di miele in una grande terrina. Aggiungete la farina e il resto dell'acqua, mescolate con un cucchiaio di legno e poi con le mani per circa 10 minuti, creando una palla. Coprite e mettete a lievitare in forno spento portato alla temperatura di circa 35-40 gradi per un'ora. Dopo questo periodo di prima lievitazione, rilavorate l'impasto per un'altra decina di minuti, sbattendolo spesso sulla spianatoia. Rimettete a lievitare per altre due ore mezza. Quando la pasta sarà pronta, dividetela in tre panetti uguali, stirateli creando tre cilindri della stessa lunghezza e fate una treccia che disporrete su una teglia, sopra un foglio di carta da forno. Spennellate la superficie con dell'uovo sbattuto. Cuocete a 180 gradi nella parte bassa del forno per 25 minuti. Verrà bellissimo, croccantino fuori e soffice dentro, leggermente dolciastro ma non troppo.
Avvertenza: crea dipendenza! Lo potete mangiare a colazione o a merenda, con un velo di marmellata, o con il salato. Ottimo con un formaggio spalmabile e del salmone affumicato o prosciutto cotto. :-)


Altra avvertenza, stavolta sul film: se non lo guardate insieme a piccoli ometti che non sanno l'inglese, guardatevelo in lingua originale. Si capisce molto bene, le parole sono ben scandite e non c'è paragone. Nella versione originale le voci sono di Mandy Moore (attrice e cantante) e Zachari Levi (Chuck), in Italia ci hanno pensato Laura Chiatti e Giampaolo Morelli (Coliandro), e si sa, negli adattamenti ci si perde sempre.



martedì 12 aprile 2011

Breakfast at home... con le ravioline alla marmellata


Come avrete visto da questo "old style" trailer del meraviglioso film cult, Holly Golightly (Audrey Hepburn) amava farla davanti a Tiffany. E come biasimarla, Tiffany è il negozio dei sogni, con quei gioielli meravigliosi e quelle scatoline azzurre dal pantone inimitabile -e brevettato- capace di far palpitare ogni signora. Io invece la colazione adoro farla a casa



Non fatemi uscire senza aver prima consumato questo pasto fondamentale! Posso pensare di fare uno strappo ogni tanto e uscire digiuna, ma solo se la meta è il bar pasticceria sotto casa dove sfornano fragranti croissant e goduriose conchiglie ripiene di crema al latte. Per il resto del tempo, cerco di tenermi sul sano andante con latte, caffè e formelle di frumento integrale (due di queste qui, che ammorbidisco nel latte tiepido creando una specie di porridge instantaneo che il mio ragazzo schifa profondamente, e che io invece adoro.. very English, anche se io nel latte ci metto il caffè, very Italian). Ogni tanto però si prepara una tortina o, in questo caso, le raviole emiliane alla marmellata: e per un paio di mattine mi sveglio ancor più contenta al pensiero di cosa mi aspetta per cominciare la giornata (almeno sul fronte alimentare, perché se parliamo del fatto di dover andare al lavoro la solfa cambia....).
Era la prima volta che le preparavo, ho seguito la ricetta di Barbara di Spelucchino , che ringrazio, con un paio di varianti e sono venute bene... provatele e mi saprete dire! 



Ravioline emiliane al limone e alle pesche
NB: Dosi per circa 16 raviole, se siete in tanti raddoppiatele!
130 gr di farina 00
120 gr di farina Manitoba del Molino Chiavazza
90 gr di burro
90 gr di zucchero
15 ml di latte
1/2 bustina di lievito
1 uovo
1 cucchiaino di miele di fiori d'arancio
1 pizzico di sale
buccia di mezzo limone non trattato
Per farcire
Fiordifrutta Rigoni di Asiago di Pesche
Fiordifrutta Rigoni di Asiano di Limoni

Barbara suggerisce di non manipolare l'impasto a mano ma di lavorarlo con una spatola. Se come me non avete tutti gli attrezzi del mestiere, potete fare come ho fatto io, che forse non è proprio il modo più ortodosso ma giuro, non ho praticamente mai toccato l'impasto se non per chiuderlo nella pellicola a riposare in frigo: e questo era l'importante, o no? ;-) 
In una terrina mettete il burro a tocchetti e lasciate ammorbidire. Quando sarà ben morbido aggiungete l'uovo intero, il latte, lo zucchero e il miele e sbattete tutto bene con una forchetta. Aggiungete la farina setacciata con il lievito e il sale e la scorza grattugiata di mezzo limone. A questo punto mescolate un po' con l'amica forchetta e in pochi secondi gli ingredienti si ammasseranno in una palla: tiratela fuori dalla terrina, compattatela, chiudetela nella pellicola e lasciate in frigo a riposare almeno un'oretta. 


Trascorsa l'ora necessaria, stendete l'impasto con un mattarello a uno spessore di circa 4-5 mm, ritagliate dei dischi con un bicchiere o con uno stampo da biscotti rotondo e piuttosto grande. Al centro mettete un cucchiaino di marmellata a piacere, io ho usato la Fiordifrutta Rigoni di Asiago di Pesche e quella di Limoni: entrambe buonissime, quella ai limoni dà un tocco molto più originale al biscottone quindi per un tè raffinato con gli ospiti la consiglio. Con le pesche però non sbagliate, sono delicate e dolcissime e si sposano a perfezione con la frolla morbida. Chiudete piegando l'impasto a metà, disponetele su una teglia e cuocete a 180 gradi per circa 15 minuti; io ho usato la carta forno, così evitate di imburrare. :-) Una volta freddi, spolverizzate di zucchero a velo.

Con questa ricetta partecipo al contest di Mariacristina in collaborazione con Rigoni, Marmellata che Passione!
Se volete partecipare affrettatevi, scade il 14 aprile!


domenica 10 aprile 2011

Focaccia al formaggio... con tocco lombardo


Questa sera, nonostante le temperature praticamente estive, ho sfornato. Ho passato il pomeriggio con le manine in pasta, a preparare delle focacce e un dolcino, che posterò nei prossimi giorni. Non ho quindi nuovi film da consigliarvi ma con una delle mie creazioni ho deciso di partecipare a Mani in pasta, il primo contest sulla farina Manitoba di Molino Chiavazza
Si tratta di una focaccia al formaggio, sul modello della celebre -e oserei dire inimitabile!- focaccia di Recco, ma con una piccola variante nel ripieno, ovvero l'utilizzo, accanto alla insostituibile crescenza, di un po' di taleggio, formaggio proveniente dall'omonima valle montana lombarda, che ha la consistenza cremosa come la cugina ma un sapore più deciso. 
A voi la ricetta!


Per l'impasto
300 gr di farina Manitoba del Molino Chiavazza
150 ml di acqua
30 gr di olio extravergine di oliva ligure
sale q.b.

Per il ripieno
Un panetto di crescenza da 250 gr
1 pezzo di taleggio da 100 gr
1 confezione da 80 gr di formaggio spalmabile tipo Philadelphia
olio
sale

Mescolate l'acqua con l'olio e il sale, unite i liquidi alla farina Manitoba e impastate fino a creare una palla elastica. Chiudetela nella pellicola e lasciate riposare l'impasto per circa un'ora.
Poi dividete in due l'impasto e tirate due sfoglie molto sottili, il più possibile, lavorandole con le mani (come fanno i pizzaioli, "stirandole" dal centro e afferrando i bordi) e con il mattarello.
Stendete una sfoglia su una teglia rotonda per pizze da 28 cm. Riempite la sfoglia con la crescenza, il taleggio e il Philadelphia tagliati a tocchetti. Condite con un po' di olio e sale.
Coprite con l'altra sfoglia, eliminate con un coltello la pasta in eccesso che fuoriesce dai bordi, bucherellate la superficie e coprirtela con una emulsione di olio e acqua. Infornate a 250 gradi, a metà del forno, per 10 minuti. Gustatela calda, è buonissima! :-) 

Il contest Molino Chiavazza

giovedì 7 aprile 2011

La crostata della nonna e un American Quilt



La cucina delle nonne è sempre la migliore... o sbaglio? I loro piatti sono quelli classici, della tradizione, e di solito non sbagliano un colpo. In questo caso vi propongo una ricetta che non è mia, ma della nonna del mio fidanzato, che lo scorso weekend ci ha accolto con questa crostata meravigliosa... Riporto le dosi che mi ha dato. Ora mi è veramente difficile pensare di preparare una crostata, temo troppo il paragone con questa, che era perfetta nella consistenza e nel sapore: motivo valido per stare a dieta! :-)

Crostata della nonna alla marmellata di prugne
250 gr di farina
125 gr di zucchero
125 gr di burro
1 uovo intero
1 tuorlo
Marmellata di prugne fatta in casa, a volontà


Preparare la frolla lavorando pochissimo tutti gli ingredienti sulla spianatoia: farina a fontana, zucchero, uova, burro, un pizzico di sale. Appena la pasta "lega", metterla a riposare in frigo per un'ora. Trascorso questo tempo, stendere 3/4 dell'impasto in una tortiera, coprire di abbondante marmellata, guarnire di striscioline ricavate dalla pasta rimasta, cuocere in forno a 200 gradi per 40 minuti. Una volta tiepida, spolverizzare di zucchero a velo!


E per gustare questa delizia? Un film dove una nonna e le sue amiche del club del quilt aiuteranno una giovane e sperduta studentessa di Berkley (Winona Ryder) in "ritiro" estivo per concludere la tesi a trovare la sua strada nel mondo. Sto parlando de Gli anni dei ricordi, traduzione molto libera di How to make an American Quilt, un film del 1995 tratto dal romanzo di Whitney Otto. I racconti di quelle che ora sono amiche anziane intente a creare meravigliosi quilt ricamati, svelano a Finn che i dubbi e i sentimenti e le debolezze delle donne sono gli stessi in tutte le epoche. Grazie alla tranquillità di una casa meravigliosa, circondata dagli aranceti, Finn si immergerà nelle vite delle altre per imparare a districarsi nella sua e trovare le risposte di cui ha bisogno: vuole o non vuole accettare la proposta di matrimonio che il fidanzato le ha fatto prima che partisse? Il bel giovane che conosce lì può essere solo un amico? La monogamia è una cosa naturale o una forzatura? Attenzione: film ad alto tasso di romanticismo e riflessioni sulla vita e i sentimenti: da vedere rigorosamente da sole o fra amiche: mariti e fidanzati non potrebbero mai perdonarvi! Vi lascio con il trailer!

martedì 5 aprile 2011

Il mio grosso grasso... yogurt greco


Credo ricordiate tutti questa scena della "cassata-cazzata" de Il mio grosso grasso matrimonio greco: uno dei tanti momenti esilaranti della commedia. Poco da dire su questo film, costruito sulla sceneggiatura di Nia Vardalos, alias Toula, arruolata da Tom Hanks per questa pellicola dopo aver sbancato i botteghini teatrali con uno spettacolo omonimo dove, dice lei, metteva semplicemente in scena la realtà della sua famiglia. Una famiglia ingombrante, composta da un padre greco tradizionalista a cui piace avere l'illusione di comandare, una madre-matriarca che invece ha le redini di tutto, e poi zie, zii, sorelle, fratelli e cugini improbabili.  

La commedia è leggera, anzi leggerissima, e riesce a essere smaccatamente romantica - chi non adora Jhon Corbett, l'Ayden di Sex & the City? ...Ecco appunto- e anche genuinamente divertente. Certo, gioca con tutti gli stereotipi che generalmente gli americani propinano ai popoli mediterranei, dall'attaccamento morboso alla "famigghia" al gusto kitchissimo nel vestire, dalle porzioni abbondanti di cibo -rigorosamente greco-, alle feste chiassose. Ma è una commedia che non pretende di insegnarci nulla e così va presa. Si tratta di uno di quei film rassicuranti, che si rivede volentieri quando lo passano in tivù, per una serata total relax e a cuor leggero. 
E ora che vi aspettate? Souvlaki? Moussaka? Spanakopitta? No cari miei, solo una merenda leggera che può diventare un pasto light se siete di fretta (o a dieta) o avete semplicemente voglia di qualcosa di rapido e fresco....

Merenda di yogurt greco, pere e mandorle 
1 confezione di yogurt Total Fage (170 gr)
1 pera Williams ben matura
1 cucchiaino colmo di miele di arancio
lamelle di mandorle q.b.



Non è che ci sia una vera ricetta, basta prendere la pera, tagliarla a dadini, sommergerla di quella delizia che è lo yogurt greco, denso e cremoso manco fosse mascarpone ma molto più magro -yum!-, aggiungere un bel cucchiaino di miele (io ho usato quello di fiori d'arancio) e un po' di croccanti mandorle a lamelle, ma vanno bene anche quelle intere, spellate e non. 
Buona merenda!

venerdì 1 aprile 2011

Half Nelson, un lollipop per addolcire la vita


"Una cosa non fa un uomo". Lo dice Dan Dunne (Ryan Gosling), giovane professore di storia di una scuola media della periferia di Brooklyn, a Drey (Shareeka Epps), tredicenne afroamericana sua alunna, con la quale divide un segreto. Questa frase è uno degli insegnamenti di Half Nelson. Il merito di questo film è proprio il suo sguardo originale sulle cose, capace di dimostrarci che non sempre, se uno si comporta male in un un ambito della sua vita, è una cattiva persona; anzi, capita spesso che non lo sia.
Dan, per esempio, è un professore di storia, ma è anche un drogato. Fuma crack, ogni tanto sniffa. Fuori dalle mura scolastiche non è altro che un'anima sola che tira avanti senza voglia, senza forza, senza impegno, consumato da un mal de vivre impalpabile. Vive in un appartamento dove tutto è accomodato alla bell'e meglio, con un materasso sul pavimento a fargli da letto e libri e dischi in vinile come unico arredamento. Guardandolo, con quegli occhi impastati e le occhiaie, pensi: ora farà qualche casino in classe, oppure questi ragazzini lo meneranno però alla fine impareranno ad amarlo e lui si riprenderà. Insomma ti immagini lo schema già visto in molti altri film e serie tv. Questa pellicola, invece, esce da tutti i clichè.
Scopriamo che è proprio in classe, con i suoi alunni, che Dan si trasforma e recupera l'entusiasmo. Si anima e coinvolge i ragazzi in discorsi che mescolano i princìpi  con i fatti storici, abituandoli a ragionare e a "unire i puntini" per capire da soli la big picture. Non si attiene piattamente al programma ministeriale, insomma, e questo non piace particolarmente alla preside. Ma niente paura, qui non si tratta di un Capitano, mio capitano dei bassifondi, Dan è un disperato che recupera il senso della propria esistenza quando entra in classe e crede di poter riuscire a plasmare almeno un po' i suoi ragazzi, ad abituarli a pensare anche al di fuori degli schemi.
"Mi piace pensare che se riesci a cambiarne uno..." dice una sera a due tipe in un bar, strafatto di alcol e di crack, "...li salvi tutti!", interviene una delle due. La faccia di Ryan Gosling in questa scena è un capolavoro, sospesa a mezz'aria tra lo stupito e il desolato. "No, non era questo che intendevo...". Se ne salvi uno non li salvi tutti, salvi quella persona ed è già una vittoria, un miracolo, una meraviglia.

 

Questa persona si chiama Drey, ma ci sarebbe da discutere su chi, tra lei e Dan, abbia più bisogno dell'altro. Drey si avvicina al suo prof dopo averlo "sgamato" nel bagno della palestra mentre si faceva di crack. Ma niente sfottò, niente ramanzine. Lui è sull'orlo di un collasso e lei lo aiuta. Senza dire una parola. Continua a parlare poco anche nel resto del film, la piccola Drey, divisa tra questo prof atipico che vuole proteggerla e l'amico del fratello -al momento in galera- un drug dealer che la considera parte della famiglia e vorrebbe iniziarla alle meraviglie dello spaccio. Non ci sono vincitori o grandi riscosse in questo film, solo due solitudini che si incontrano e, in un modo o nell'altro, si riconoscono e si danno conforto, riuscendo a fare per l'altro più di quanto sappiano fare per se stessi. 
Un film davvero da vedere, che a Gosling ha fruttato una nomination agli Oscar nel 2006. Consiglio come al solito la lingua originale, io non sono riuscita a reperirlo ma il doppiaggio in questo caso non è davvero all'altezza.
Un particolare molto carino di Drey, piccola, muscolosetta e con la faccia già adulta, è la sua bambinesca abitudine di consumare lecca lecca. Ne scarta in continuazione, ci gioca e si consola con queste piccola dolcezza di zucchero. Eccovi qui un po' di leccornie da diabete, che di sano non hanno nulla ma sono veramente bellissime e che, solo a guardarle, ci fanno tornare bambini... Qual è la vostra caramella del cuore?

La passione di Drey sono i lollipop trasparenti e colorati

I più classici dei lecca lecca, i Chupa chups
Whirly Pop di Adams & Brooks
Le stringhe di liquirizia Haribo

Tootsie pops a tutti i gusti
Gli orsetti gommosi di Haribo

Un grande classico americano, i marshmallows. Qui, i Campfire

#EatingOut 3: il gusto dell'Hamerica's a Milano

Torna la rubrica pensata per darvi qualche ispirazione nei giorni in cui decidete di mangiare fuori. Oggi restiamo a Milano e parliamo di...